Jure Vetere. Ricerche archeologiche nella prima fondazione monastica di Gioacchino da Fiore

Nov 26th, 2007 by Diego Gnesi | 0

San Giovanni in FioreFONSECA C.D., ROUBIS D., SOGLIANI F. (a cura di), Jure Vetere. Ricerche archeologiche nella prima fondazione monastica di Gioacchino da Fiore (indagini 2001-2005), Cosenza 2007.
(contributi di A. D’ULIZIA e D. GNESI BARTOLANI)

La recente pubblicazione del volume Jure Vetere. Ricerche archeologiche nella prima fondazione monastica di Gioacchino da Fiore (indagini 2001-2005), a cura di Cosimo Damiano Fonseca, Dimitris Roubis e Francesca Sogliani, riveste un ruolo particolare nella storia degli studi di archeologia medievale in Italia.

Se, da un lato, è notevole l’importanza del ritrovamento in sé e delle conclusioni raggiunte – l’individuazione e lo scavo del protocenobio di Gioacchino da Fiore, personaggio di primo piano nelle vicende religiose italiane della seconda metà del XII secolo e degli inizi del XIII, ed autore di opere di grande interesse letterario – ancor più rilevanti sono la metodologia di lavoro seguita durante le indagini e l’organizzazione di un cantiere che ha visto la collaborazione di figure professionali distinte e l’applicazione di numerose tecniche di raccolta e analisi dei dati eterogenee e tra loro complementari.

Alla segnalazione dovuta al Centro Studi Gioachimiti della presenza di resti archeologici sepolti e semisepolti in località Jure Vetere (lett. “Fiore Vecchio”) e probabilmente attribuibili alla prima fondazione di Gioacchino da Fiore, sono seguiti i primi accertamenti mediante i metodi di indagine non invasiva del remote sensing e delle prospezioni geofisiche, e lo studio delle fonti scritte riferibili al monastero.

La interpretazione di una strisciata di fotografie aeree appositamente realizzata ha evidenziato la presenza di crop marks riconoscibili nella crescita disomogenea delle coltivazioni di erba medica, e ha consentito di selezionare un settore significativo dell’area in esame per un primo intervento di saggio stratigrafico (2002). In seguito, l’acquisizione di immagini satellitari multispettrali Quickbird e l’applicazione di algoritmi di postprocessing sulla mappa dell’indice di vegetazione (NDVI) hanno condotto all’identificazione di nuove anomalie associabili ad ulteriori strutture dell’impianto monastico (Lasaponara R., Potenza M.R., Coluzzi R., Lanorte A., Masini N., pp.67-75). I dati acquisiti in questo modo sono stati ulteriormente confermati ed estesi con metodi di misurazione geofisica (magnetometro ai vapori di cesio, georesistivimetro. Chianese D., Bavusi M., Rizzo E., Lapenna V., Gallipoli R., Mucciarelli M., pp. 77-85).

Lo spoglio delle fonti letterarie – prima fra tutte la celebre Vita beati Joachini  – e della documentazione d’archivio ha permesso di seguire le vicende del monastero dal 1191 (anno in cui il re normanno Tancredi concede a Gioacchino il possesso del territorio “nel luogo chiamato Fiore”) fino al 1215-1220, quando la comunità gioachimita cambia sede per spostarsi definitivamente “in locus Faraclonus”, cioè a S. Giovanni in Fiore (Sogliani F., pp. 15-30).

Questo arco di tempo relativamente breve e le successive vicende di abbandono sono stati  scanditi, sulla base della lettura delle sequenze stratigrafiche, in quattro periodi distinti, di cui i primi due di notevole interesse non solo perché testimoni della vitalità edilizia del sito, ma anche in quanto “sigillati” tra loro da un livello di combusto attribuibile, sulla base delle fonti scritte, a un catastrofico incendio che distrusse il complesso nell’ottobre del 1214 (Roubis D., pp. 87-132).

Se le stratigrafie coeve al periodo di occupazione del sito sono importanti ai fini della ricostruzione storica, di estremo interesse per la storia del complesso monumentale sono anche le fasi di abbandono, progressiva distruzione ed oblio. A tali fasi è dedicato un contributo riguardante le vicende sismiche del sito di Jure Vetere, compiuto sulla base dell’esame delle fonti scritte e di una lettura delle lesioni e delle modalità di crollo delle strutture (Lazzari M., Gallini L., Zotta C., pp. 53-64).

Lo studio degli elevati è stato condotto sia dal punto di vista specificamente architettonico (Lopetrone P., pp. 295-330) che da quello prettamente archeologico (D’Ulizia A., pp. 353-377), eseguendo in questo caso un’analisi completa delle tecniche edilizie sulla base dei tipi di materiali utilizzati, delle modalità di estrazione e lavorazione degli stessi, della posa in opera, delle finiture e delle dimensioni medie dei pezzi. Il repertorio di tecniche risultante è di particolare rilevanza in quanto efficace strumento di datazione relativa nello studio di persistenze architettoniche coeve nei vicini contesti geografici.
I materiali edilizi sono stati studiati sia dal punto di vista delle caratteristiche minero-petrografiche (Belvisio C., Cavalcante F., Fiore S., Lettino A., pp. 341-351) che da quelle volumetriche, con l’intento di determinare esattamente l’estensione in elevato del complesso architettonico (Geraldi E., Dolce C., pp. 333-339).

Tra le indagini intrasito condotte con metodi scientifici vanno inoltre menzionate le analisi archeometriche sui residui di produzione di una campana in bronzo (Cavallini M., Pilone D., pp. 231-235) e le analisi archeobotaniche sui pollini e i microresti vegetali (Fiorentino G., Colaianni G., Novellis D., pp. 243-267); queste ultime hanno fornito dati sufficienti alla ricostruzione del paleoambiente in cui il complesso di Jure Vetere si inseriva.

Gran parte del materiale raccolto è infine confluito nel SIT dello scavo, realizzato da Diego Gnesi con la partecipazione, per ciò che attiene all’informatizzazione di alcuni livelli tematici, di Viviana Antongirolami e Alessandra D’Ulizia (Gnesi D., pp. 133-136). Il database di scavo, discusso nell’articolo di Diego Gnesi, è lo stesso in uso nelle indagini del sito medievale della Rocca Montis Dragonis (Mondragone, CE) e negli gli scavi della Cooperativa ArcheoLAB.

Utilizzando il SIT di scavo è stato possibile elaborare un algoritmo di Cost Surface Analysis che ha permesso di delimitare con buona approssimazione il bacino di approvvigionamento del sito, ricostruito sulla base delle carte geologiche, delle altimetrie e delle acclività del terreno, nonché delle fonti storiche e delle informazioni sul paleoambiente (Roubis D., pp. 87-132).

Da ultimo, la pubblicazione degli scavi a Jure Vetere contiene una proposta di ricostruzione 3D dell’antico cantiere edilizio, che ha il merito di inserire i modelli tridimensionali delle strutture all’interno di un paesaggio virtuale fotorealistico e scientificamente attendibile.

Un CD multimediale allegato al libro raccoglie alcune interviste e filmati riguardanti lo scavo, in cui compaiono fra gli altri V. Antongirolami, A. D’Ulizia e F. Melia.

L’applicazione di metodologie proprie delle discipline scientifiche in archeologia è certamente un fenomeno non nuovo, sono ancora pochi tuttavia i casi in cui una tale quantità di tecniche di analisi dei dati è stata applicata allo stesso contesto archeologico con il fine di ricostruire il paesaggio antico in tutti i suoi aspetti.
Per l’archeologia medievale, fondamentali sono a questo proposito le sperimentazioni condotte dal gruppo di lavoro dell’Università degli Studi di Siena, diretto fino a pochi mesi fa dal compianto prof. Riccardo Francovich, a cui il volume sul primo insediamento monastico di Gioacchino da Fiore è dedicato. Nel meridione, invece, la pubblicazione che si è qui brevemente recensita rappresenta un caso piuttosto isolato, e per questa ragione è probabilmente destinata a divenire un exemplum dal punto di vista metodologico.

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